Siracusa, uscita vittoriosa nel 413 a.C. dal lungo assedio ateniese, si accingeva ad affrontare nuovi cimenti. La potenza navale di Atene, insanabilmente ferita nel porto di Siracusa, dava adito a Cartagine di conseguire maggior libertà nei mari e di allargare sempre più la propria preminenza commerciale. Posta nel centro del bacino del Mediterraneo, di fronte alla Sicilia, Cartagine anelava a deprimere il rigoglio delle altre città marinare, e ad affermare la propria supremazia navale di fronte ai Greci di occidente; perché vedeva chiaro che, presto o tardi, le triere siracusane avrebbero, invece delle ateniesi, battuto i mari trionfalmente, facendo esercitare, a proprio danno, una concorrenza più intensa. La necessità di conservare il dominio sui mari e la prevalenza politica e commerciale sulla Sicilia occidentale, spingeva quindi i Puni ad una maggiore attività negli affari dell’isola. D’altra parte, il senato cartaginese non poteva dimenticare che la fondazione di Selinunte e di Imera, agli avamposti della razza greca di Sicilia, era stata quasi una sfida contro la potenza punica; né tanto meno i discendenti di Magone potevano obliare che Amilcare, di loro famiglia, era rimasto vinto ed ucciso sotto Imera, ed il figlio di lui Giscone era morto esule a Selinunte. Prevalenza di commerci e di razza, ragione di famiglia e di rappresaglia, mettevano Cartagine nella necessità di cercare favorevoli eventi per deprimere i greci di Sicilia e debellare la potenza di Siracusa, estendendo la propria supremazia sulla intera Sicilia. In un paese, in cui vivevano così vicini, e con alterno antagonismo, Greci di diversa stirpe, Siculi, Sicani, Elimi, Fenici e Puni, non era difficile l’intervento armato di chi avesse voluto far pesare sugli altri la forza delle proprie armi. Pertanto, come Atene non mancò il pretesto per una spedizione in Sicilia, così Cartagine non sfuggì l’occasione di scatenare la guerra.Siracusa, uscita vittoriosa nel 413 a.C. dal lungo assedio ateniese, si accingeva ad affrontare nuovi cimenti. La potenza navale di Atene, insanabilmente ferita nel porto di Siracusa, dava adito a Cartagine di conseguire maggior libertà nei mari e di allargare sempre più la propria preminenza commerciale. Posta nel centro del bacino del Mediterraneo, di fronte alla Sicilia, Cartagine anelava a deprimere il rigoglio delle altre città marinare, e ad affermare la propria supremazia navale di fronte ai Greci di occidente; perché vedeva chiaro che, presto o tardi, le triere siracusane avrebbero, invece delle ateniesi, battuto i mari trionfalmente, facendo esercitare, a proprio danno, una concorrenza più intensa. La necessità di conservare il dominio sui mari e la prevalenza politica e commerciale sulla Sicilia occidentale, spingeva quindi i Puni ad una maggiore attività negli affari dell’isola. D’altra parte, il senato cartaginese non poteva dimenticare che la fondazione di Selinunte e di Imera, agli avamposti della razza greca di Sicilia, era stata quasi una sfida contro la potenza punica; né tanto meno i discendenti di Magone potevano obliare che Amilcare, di loro famiglia, era rimasto vinto ed ucciso sotto Imera, ed il figlio di lui Giscone era morto esule a Selinunte. Prevalenza di commerci e di razza, ragione di famiglia e di rappresaglia, mettevano Cartagine nella necessità di cercare favorevoli eventi per deprimere i greci di Sicilia e debellare la potenza di Siracusa, estendendo la propria supremazia sulla intera Sicilia. In un paese, in cui vivevano così vicini, e con alterno antagonismo, Greci di diversa stirpe, Siculi, Sicani, Elimi, Fenici e Puni, non era difficile l’intervento armato di chi avesse voluto far pesare sugli altri la forza delle proprie armi. Pertanto, come Atene non mancò il pretesto per una spedizione in Sicilia, così Cartagine non sfuggì l’occasione di scatenare la guerra. |
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