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Storia delle Latomie

Foto: Latomie del Paradiso

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Storia delle Latomie

Gli avanzi di una colossale opera di fondazione di una muraglia furono rinvenuti nel 1885, mentre avveniva la sistemazione del nuovo cimitero di Siracusa. Con un singolare tracciato formante un angolo retto, quasi nel mezzo, attraversava obliquamente la Necropoli del fusco, con un’estremità diretta verso la Portella del fusco, e con l’altra rivolta verso il margine della palude Lysimeleia, dimostrando di formare parte di una fortissima linea di difesa della Neapolis.
Le latomie ebbero notevole influenza sulla potenza militare di Siracusa. La vasta formazione di tufo calcare miocenico su cui sorse la pentapoli, e che costituisce tutta a struttura dei monti Iblei fornì un materiale eccellente per le fortificazioni e pei monumenti. Il sistema di costruzione greco, fondato sul peso totalitario di massa con conci di grande misura e peso, poté avere una facile larga applicazione nelle fortificazioni di Siracusa.
Però gli eruditi siracusani del 600 vedevano principalmente nelle latomie delle opere grandiose dovute ai regi ed ai tiranni, per servirsene come prigioni.
Ma un attento esame della situazione di esse nella larga zona di suolo che si estende dalla destra del teatro sino all’incontro della grande arteria stradale di Acradina che da sud a nord metteva in comunicazione tutto il vasto abitato di Acradina, fa supporre con ragione che il materiale da costruzione, quivi scavato, sia servito principalmente per le fortificazioni, per la pavimentazione delle strade e pei monumenti, infatti il Tempio detto di Apollo in Ortigia e quello di Giove Olimpio nella Policne siracusana, aventi forti colonne monolitiche, furono costruite con tufo arenario.
Per l’edilizia privata si poteva provvedere con le cave aperte nella spiaggia della Maddalena (Plemmirio), nella spiaggia di Pietralonga, posta all’estremità nord del porto piccolo.
La grande Latomia del Paradiso, che forniva tufo calcareo ottimo, a grana fine, ebbe pieno sviluppo nei primi del IV secolo, allorché Dionisio, a compimento delle fortificazioni totalitarie delle Siracuse, fece costruire le grandiosi opere di difesa del Fusco descritte precedentemente; tutto considerato la situazione e lo sviluppo delle grandi Latomie siracusane, pare sia andato di pari passo con quello delle grandiose fortificazioni; e perciò si può ritenere che la più antica Latomia sia quella dei Cappuccini, che servì per edificare la grande muraglia che, allacciandosi a quella che cingeva Ortigia, si svolgeva lungo la spiaggia sino a tutto il lato nord di Acradina, contribuendo alla sicurezza di quest’ultima. E successivamente, forse col concorso del materiale della vicina Latomia del Cozzo Romito, veniva cinta la città dal lato occidentale sino ad arrivare al Porto Grande.
Particolare importanza venne ad assumere la Latomia del Paradiso, in quanto essa dovè fornire il materiale per la colossale e duplice chiusura della Neapolis nella terrazza del Fusco.
In questa Latomia abbiamo una successione di escavazioni e di lavoro. Infatti stando fermi al cosiddetto Orecchio di Dionisio e guardando in alto a sinistra si scorgono le tracce di una prima cava lavorata a cielo aperto, avente una breve scala di servizio intagliata nella roccia: questa dovette essere la prima cava da cui fu estratto il materiale per completare, con conci di riporto, un tratto delle ultime file della cava del Teatro e per eseguire le opere murarie della scena.
Su fronte centrale i cavatori incontrarono un grande cunicolo scavato nella roccia che, con forte pendenza scendeva dall’alto del teatro. La eccellente pietra da taglio ricavata in questo fronte dovette decidere la convenienza di seguire il cunicolo e di raggiungere in alto l’estremità di esso. Che faceva capo ad una cameretta di raccolta d’acqua piovana. L’acqua che si volle raccogliere scendeva, come scende anche oggi, da una strada acclive della Neapolis e, senza il detto espediente si sarebbe riversata sul teatro. La cameretta di raccolta ed il grande cunicolo di scolo dettero, come vedesi, l’origine casuale del cosiddetto Orecchio di Dionisio, battezzato con questo nome da Michelangelo di Caravaggio quando passo da Siracusa diretto a Malta. Questo fronte di lavoro, allargandosi a padiglione man mano che la escavazione si abbassava come nelle altre fronti diede una forma singolare alla grotta e ne costituì il fenomeno dell’eco multiplo, per cui essa è famosa, e dette motivo ai siracusani del 600 di chiamarla la Grotta che parla. (La grotta nella sua planimetria ha la forma di una esse, ha la lunghezza di circa 75 metri e la larghezza di 10 metri).
I lavori della Latomia del Paradiso (che forse i bizantini chiamarono Paràdeisos) per l’estrazione dei grandi conci destinati alle poderose fortificazioni della terrazza del Fusco, furono condotti con un sistema diverso da quello della Latomia dei Cappuccini, cioè con un sistema di attacco sotterraneo, come si rileva nella grandiosa Grotta cosiddetta dei Cordai, attigua all’Orecchio di Dionisio e in quella successiva detta del Salnitro.
Della grande Grotta detta dell’Orecchio di Dionisio, che fa parte del gruppo delle enormi escavazioni pertinenti alla Latomia del Paradiso, si occupò il Mirabella chiamandola Prigione di Dionigi. Trattando poi della struttura della Grotta il Mirabella si esprime così: “oggi detta prigione si vede in essere, e chi ben considera l’artificio e l’industria, con la quale dal tiranno fu fatta a fine che i prigioni che in quella stavano, non potessero né anco fiatare, che dal custode non fossero sentiti”. In sostanza il Mirabella vuole che la stanzetta scavata come luogo di raccolta di acqua piovana, sia stata sede della Prigione di Dionisio e che il canale, identificato come cunicolo di scolo delle acque servisse a portare all’orecchio del custode la voce dei prigionieri.
Gli eruditi scrittori siracusani del 600, per tante ragioni benemeriti degli studi di antichità della loro città, non seppero comprendere la grandezza di Dionisio, che aveva salvato la civiltà ellenica della Sicilia dal barbaro giogo di Cartagine. Essi videro in lui l’astuto e sospettoso dominatore, magari eroico e geniale, propenso a rivaleggiare coi poeti del suo tempo, ma, volgendo lo sguardo alla celebre Grotta videro in essa soltanto lo strumento della sua tirannide.

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